ARS AMANDI


Amori (im)possibili e dove trovarli

Succede a volte di ritrovarsi, per caso, impigliati in quel genere di situazioni di cui si farebbe piacevolmente a meno, ma che si iniziano ad apprezzare in seguito, con un poco di pazienza e buona disposizione all’ascolto; infatti, come ricorda un celebre detto latino: «Barba non facit philosophum» (letteralmente «La barba non fa il filosofo», che corrisponde più o meno al nostro «L’abito non fa il monaco»), piuttosto che fermarci alle apparenze, è consigliabile approfondire al meglio ciò che ci è posto dinnanzi, prima di giudicare. Sebbene quello che sto per raccontare sia soltanto un piccolo esempio di tal proverbio, mi è sembrato opportuno inserirlo, ai fini della spiegazione: pochi giorni fa, dopo una pesante (ma al Banfi ormai abitudinaria) giornata di scuola, dopo aver invocato tutto il calendario per non perdere il pullman (ed essere rincasato comunque tardi), entrai di fretta in casa, lasciai la cartella e quasi inconsciamente mi ritrovai sul divano, come se l’unico scopo della mia esistenza in quel momento fosse accendere Netflix e guardare la prima serie decente. A un tratto notai che un uomo anziano, nella penombra (mio padre) mi aveva preceduto sul controllo della tivù e si stava deliziando con un noiosissimo documentario in inglese sul mito di Orfeo ed Euridice, su qualche canale Rai di cui probabilmente è l’unico spettatore. Data la totale assenza di forze per alzarmi, decisi che mi sarei stanziato comunque sul divano, cercando di capire qualcosa di quel programma. Inizialmente scettico, provai ad interessarmi all’argomento: la purezza della storia d’amore dei due giovani mi fece appassionare velocemente alle vicende, facendomi riflettere intorno all’attualità che certi temi (come l’amore) possiedono anche in miti pensati migliaia di anni fa. Giunto alla conclusione, due domande mi ronzavano nella testa: se esista qualcosa di più potente dell’amore e se avessi già mangiato. Nel caso in cui i miei pochi lettori non siano a conoscenza di tal racconto, lo riassumerò con la brevità che merita. Scrive Ovidio (43 a.C-18 d.C.) nelle sue Metamorphoses: in un tempo lontano, quando dèi e uomini convivevano pacificamente, Orfeo, il più abile tra i cantori -figlio della Musa Calliope e del re tracio Eagro (o secondo altre versioni di Apollo)- sposò l’amata Euridice, una bellissima ninfa. Non molto tempo dopo il loro matrimonio, Euridice, scappando dalle attenzioni del pastore Aristeo, venne morsa da un serpente che strisciava nell’erba alta. Alla notizia dell’accaduto Orfeo accorse per salvarla, ma per lei era ormai troppo tardi: il giovane cantore non poté far altro se non piangerla disperatamente, tenendo tra le braccia il suo corpo esanime. Straziato dalla dolente perdita, Orfeo si rivolse a Zeus, pregandolo affinché riportasse in vita la donna a lui cara; il sovrano dell’Olimpo, però, non lo poteva aiutare, poichè non osava immischiarsi negli affari del fratello Ade (re del regno dei morti). Allora il giovane sposo, insieme con Ermes (il messaggero degli dèi) si avventurò negli inferi e riuscì, grazie al suo canto e alla sua cetra, a commuovere il traghettatore Caronte e il cane a tre teste Cerbero. Giunto al cospetto di Ade e di sua moglie Persefone, intonò una canzone struggente in loro onore e chiese di poter riabbracciare la sua sposa e di riportarla con sé nel mondo dei vivi. Allora Ade, toccato dalla triste melodia, acconsentì ai due di fare ritorno al regno terreno a una sola condizione: che Orfeo, procedendo per primo, non si sarebbe girato per guardare Euridice fino alla fine dell’ascesa; quando ormai erano a un passo dal termine del tragitto ed i raggi del sole quasi sfioravano i loro volti stanchi, Orfeo non resistette e si girò, perdendo per sempre l’amata Euridice. Il mito ci racconta di un’amore determinato, coraggioso e anche doloroso, un amore senza confini, che di fatto vince la morte: spinge Orfeo fino agli inferi e, alla fine delle vicende, lo farà girare, dimostrando l’indipendenza che l’amore stesso possiede rispetto agli ordini degli dèi (che in questo caso rappresentano la vita e la morte). Questo, infatti, non è né il primo né l’ultimo tra gli episodi che vedono l’amore come protagonista, che sfida e vince la morte; troviamo altri esempi nella mitologia, nella letteratura e nel teatro. Tuttavia, per affrontare con le giuste conoscenze le argomentazioni a seguire, è opportuno fare un passo indietro e soffermarsi nel dettaglio intorno alla figura di Amore. Eros (dal greco Ἔρως, Éros) o Cupido (dal latino Cupidus) è il dio dell’amore e del desiderio -infatti Ἔρως si può ricondurre al verbo greco ἔραμαι (éramai) che vuol dire amare; mentre cupido in latino significa desiderio- è, secondo la mitologia, figlio di Afrodite (dea della bellezza) e di Ares (dio della guerra), mentre secondo il filosofo greco Platone (428-348 a.C.) è figlio di Pòros (il dio dell’abbondanza e della ricchezza) e di Penìa (la povertà rappresentata come donna umana), esso è quindi definito un Δαίμων (dàimon), un demone, in quanto metà uomo e metà dio. Per Platone, quindi, Eros è un amore che cerca l’abbondanza -figlio di Pòros- senza mai riuscire a trovarla -figlio di Penìa-. Nondimeno, sebbene le concezioni di Amore siano diverse, pare evidente che esso sia da sempre al centro della vita dell’uomo (non solo antico). Un esempio della sua importanza ce lo offre la poetessa greca Saffo (630-570 a.C.), in un suo celebre frammento: -Quale la cosa più bella/ sopra la terra bruna? Uno dice «una torma/ di cavalieri», uno «di fanti», uno «di navi»./ Io, «ciò che s’ama».- (traduzione di Filippo Maria Pontani). Qui Saffo manifesta chiaramente l’importanza che l’amato (o l'amata) ha per lei rispetto a tutte le altre cose, a sottolineare la centralità dell’amore nella natura umana, già da più di duemila anni fa. Dopo aver fatto chiarezza sulla figura e sul ruolo di Amore nelle diverse concezioni, possiamo ritornare a riflettere su alcune opere che, analogamente al mito di Orfeo ed Euridice designano Amore come sfidante di tutto ciò che lo impedisce. Tra le storie più celebri, una spicca in quanto a passione e coraggio: quella di Paolo e Francesca, raccontata nel V canto dell’inferno (nel girone dei lussuriosi) della Divina Commedia di Dante Alighieri (1265-1321 d.C.). Le nobili famiglie dei de Polenta da Ravenna e dei Malatesta da Rimini, decidendo di allearsi e combinando un matrimonio tra i rispettivi figli, ingannarono Francesca de Polenta, facendole credere di dover sposare Paolo Malatesta detto il Bello. In realtà Francesca si sarebbe maritata con Giovanni Malatesta detto Giangiotto, ma ormai l’amore tra lei e Paolo era sbocciato. I due giovani iniziarono a incontrarsi di continuo e di nascosto, tale frequentazione, infatti, si trasformò ben presto in un affetto sincero e puro, caratterizzato, però, dalla paura di essere scoperti. Durante una delle visite di Paolo alla casa degli sposi, tuttavia, i due (Paolo e Francesca) si baciarono dopo aver letto le vicende di Ginevra e Lancillotto. Giangiotto, venuto a conoscenza del tradimento, li uccise. Ancora una volta, l’amore vince la morte: gli amanti sono al corrente della situazione in cui si trovano e di ciò che sarebbe accaduto loro se fossero stati scoperti, eppure persistono nel loro amore folle, imprudente, smisurato. L’Eros si manifesta, portando i due innamorati ad essere uccisi per difendere la loro causa; ciononostante, essi continueranno ad amarsi anche all’inferno. Per trovare un altro esempio, altrettanto celebre, della potenza dell’Eros, occorre fare un piccolo passo avanti negli anni, ci troviamo infatti nel 1596, quando il poeta inglese William Shakespeare (1564-1616 d.C.) compose il suo capolavoro intitolato The Most Excellent and Lamentable Tragedy of Romeo and Juliet (a noi oggi noto come Romeo e Giulietta). La storia -sebbene sia pressoché impossibile da riassumere con le attenzioni che merita- narra le disavventure di due giovani, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, appartenenti a famiglie rivali, i quali, nel corso delle vicende cercano di far prevalere il loro amore alle imposizioni dei parenti. Tale amore fiorirà nel corso del II atto, con la celebre scena del balcone, in cui troviamo Giulietta che -parlando tra sè e sè- chiede a Romeo di rinnegare il suo nome, cosicché essi possano frequentarsi senza doversi nascondere. A quel punto Romeo, sentendo da lontano le parole dell’amata, entrò nel discorso: «Ti prendo in parola: chiamami soltanto amore, e io sarò ribattezzato. D’ora in avanti non sarò più Romeo.» (traduzione di Gabriele Baldini). La storia dei due amanti non avrà un lieto fine: essi infatti si suicideranno l'uno per la (presunta) morte dell’altra. Anche questo, parallelamente ad altri tra i racconti che abbiamo citato, si conclude con la funesta interruzione delle vite degli amanti, ennesima dimostrazione della forza di Amore. In aggiunta, però, tal racconto (come pure altri) in relazione ai precedenti ci permette di affermare un concetto fondamentale: ossia che l’amore è trasversale alle epoche storiche. Infatti in miti inventati migliaia di anni fa, in poemi duecenteschi e in tragedie cinquecentesche (gli esempi sono illimitati), è a noi possibile trovare la ricorrenza di questo tema. Volgendomi al termine di questo mio scritto, vorrei richiamare alla memoria del lettore quanto enunciato nelle righe soprastanti. Partendo dal mito descritto da Ovidio, abbiamo cominciato a conoscere la δύναμις (dùnamis) -la potenza- dell’amore per gli antichi; con Platone ne abbiamo scoperto le origini e con Saffo il suo valore e la sua importanza tra gli uomini (poi tramutato in poesia). Abbiamo, in seguito, analizzato le vicende narrate da Dante Alighieri e da William Shakespeare, grazie alle quali -oltre ad aver sottolineato quanto detto intorno al mito ovidiano- ci è stato possibile desumere la trasversalità del tema -da noi trattato- nei confronti del corso degli eventi; sebbene sia esso -come ricordava il filosofo greco Eraclito (535-475 a.C.)- sempre in divenire. Ebbene, in conclusione, sarebbe opportuno riprendere la domanda da cui tutto è cominciato: «Esiste qualche cosa di più potente dell’amore?». Nella vita di tutti i giorni ci capita, spesso, di poterlo intravedere in piccole cose: nello sguardo di un passante, come nei passi tranquilli e lenti di un’anziana coppia sposata. L’amore ci circonda: è il fondamento di molte religioni ed è anche, senza dubbio, il centro focale dell’esistenza di molti di noi. Insomma, giunto a questo punto, penso di poter rispondere con una debita (in)sicurezza: «A mio parere, è probabile che esista qualche cosa di più potente, come è probabile che non esista (e forse non spetta a noi capirlo), ma quel che è certo, è che l’Amore farà sempre di tutto per non essere sopraffatto »

21/12/2022

Articolo a cura di

Enea Arrigoni

IL BANFO

Social:

Dove Siamo:

Via Adda, 6, Vimercate

Contattaci:

Sito Realizzato da "Il Banfo" | 2021 Tutti i diritti riservati.